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“Il caffè è un sentimento”: Ester Viola racconta il caffè sospeso

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In occasione della Giornata del Caffè Sospeso del 10 dicembre, la scrittrice firma su The Blender un racconto dedicato alla tradizione napoletana

L’oro di Napoli

Non c’è niente come il caffè. È un sentimento. Esiste una vita con caffè e un’altra senza caffè. E si tratta di due vite diverse. Chi per qualche motivo non lo prende più ne parla come se fosse un errore del passato, ci sta dicendo: i pazzi siete voi. Io ho smesso. Poi c’è il resto dell’umanità, noi, aggrappato alla tazzina. Senza tazzina non esiste vivere.

Quando dicono che l’amore si misura se sei il primo pensiero alla mattina, si sbagliano, perché quello è il caffè.

Il caffè del bar poi è una felicità precisa. Arrivo da Napoli, so di che parlo. Quello ha un altro nome, non puoi chiamarlo solo caffè, è un incantesimo, un miracolo, una magia nera e potente, resuscita i morti. È il pensiero fisso prima di cominciare. Prima di fare qualcosa, serve un caffè. È un fluidificante emotivo. Un caffè a Napoli serve pure per chiarirsi le idee. Una di quelle cose che capisci solo da adulto.

È un lavoro fisico al millimetro, fare un caffè a Napoli. Tre gocce in più fatte cadere per distrazione nella tazza e tutto è perduto. Alla fine, dopo esserti infilato a gomitate per avere trenta centrimetri di banco libero, il barista ti fa scivolare quella tazzina davanti. E con la stessa calma, senza parlare, ti fissa l’attimo che può consentirsi, in un modo che dice: bevi, e sentiti meglio. L’unica cosa che importa del bar di Napoli è come esci: nuovo. È un’officina elettrauto per umani.

Il caffè sospeso

Caffè a Napoli è la soluzione per disgrazie minori, l’antidoto per quando dici “non tengo genio”, che a Napoli vuol dire non avere voglia. Il caffè con funzione sbloccante, si potrebbe dire se fosse facile spiegare.

A volte succede di pagarne due, di caffè. Alla cassa, prima di te, qualcuno che ha avuto una buona giornata lascia un caffè sospeso.

«Quando un napoletano è felice per qualche ragione, invece di pagare un solo caffè, quello che berrebbe lui, ne paga due, uno per sé e uno per il cliente che viene dopo. È come offrire un caffè al resto del mondo» scriveva De Crescenzo.

Non c’è una storia precisa da attaccare a questa abitudine, il caffè sospeso. Probabile sia stato nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale. Se tutto manca del caffè si fa a meno, povertà voleva dire mangiare, prima di andare al bar. Poi l’abitudine s’è presa ed è diventata tradizione. Ora il caffè sospeso non è più per chi non se lo può permettere, è un esercizio di generosità da ignoto a ignoto. Prendi un caffè e ne lasci pagato un altro per chiunque arriverà dopo. Sarà come prenderlo insieme.

Il bar a Napoli sbriciola il tempo, le distanze e la statistica delle possibilità di vedere chiunque. Pure i nemici, qui, si pagano i caffè.

Nu bell’ cafè

Nel Don Raffae’ di De André il caffè è Nu bell’ cafè. È abitudine fraseologica, sotto il Vesuvio, dire così. Il caffè a Napoli è sempre bello, prima di tutto bello. La qualità si vede dalla faccia, ha proprio caratteristiche estetiche.

È alto non più di un dito e mezzo, servito in una tazzina massiccia presa direttamente dalle mani di Efesto, non è calda, è rovente. Ai forestieri increduli devi spesso spiegare che se non ti bruci è un caffè inutile. Se continuano a non capire, peggio per loro. La consistenza è quasi oleosa, un mezzo catrame. Al primo sorso si risvegliano i sensi, i pensieri si fanno nitidi e passa ogni avvilimento superficiale. Il caffè a Napoli è una pozione. Arte divinatoria. La mia salvezza sono stati baristi invadenti che in certe giornate pesanti chiedevano: “Signurì che tenete? Pigliateve ‘stu cafè”. E io ubbidivo e sapevo perché. Dopo uno di quei caffè puoi scrivere anche la Ricerca del Tempo Perduto. Un caffè fatto dalle mani giuste cambia l’umore? Posso rispondere di sì.

È vero anche che certi bar sono più bar di altri. A Napoli a volte mettevano un pezzetto tagliato di cornetto alla crema e amarena per fare compagnia. A Torino nel mio bar preferito hanno la sacca di panna fresca, e te ne mettono un educatissimo ricciolo sul cucchiaino, poi scegli tu che fare. Piccole cose. Ma è dove vedi la nobiltà del bar. Sono i momenti in cui più penso che a Milano, nei bar, non gliene frega niente di me.

L’ultima lezione napoletana dei caffè è che certi caffè – quelli più densi – non possono restare senza lo zucchero. Non è possibile, Il barista te lo mette già dentro, in forma di crema sbattuta, acciocché faccia una schiuma dolce che non smonta girando. Se lo vuoi amaro, devi chiederlo, amaro. A Napoli in realtà amaro, il caffè, non puoi prenderlo neanche volendo. Non sarebbe umano. Dovresti essere uno che si vuole male. Altra grande metafora, questa dello zucchero per forza, non so di che precisamente, ma di qualcosa sicuro.

​Avvocato divorzista, scrittrice e autrice TV, Ester Viola è nota al grande pubblico anche per la sua posta del cuore e per Ultraviolet, la newsletter settimanale in cui racconta i cambiamenti della società. ​Nata a Sondrio quasi per caso ma di origine genuinamente campana, si laurea in giurisprudenza all’Università Federico II di Napoli. Fin dai tempi dell’Università affianca alla giurisprudenza la scrittura.

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